Rosa Maria Marafioti

Heidegger und die Gottesfrage

Heidegger and the question of God / Heidegger e la questione di Dio

Das Denken Martin Heideggers IV 4

Hans-Christian Günther † (Hrsg.)

fortgeführt von Ivo De Gennaro und Gino Zaccaria

Rezension


La monografia di Rosa Maria Marafioti, Heidegger und die Gottesfrage, affronta in maniera sistematica il rapporto del pensiero di Martin Heidegger con la questione di Dio e, più in generale, con la teologia. Si tratta di un aspetto della filosofia di Heidegger che, già dalla pubblicazione di Sein und Zeit nel 1927, ha suscitato un ampio dibattito: Erich Przywara, teologo gesuita tra le figure più rilevanti del cattolicesimo del XX secolo, interlocutore di Karl Barth e mentore di Edith Stein, sottolineò sin da subito le radici cristiane dell’analitica esistenziale heideggeriana. Analogamente, anche Rudolf Bultmann e Karl Löwith lessero l’opera come una secolarizzazione della concezione cristiana dell’esistenza (p. 11). Numerosi altri studiosi hanno successivamente insistito sull’ambiguità della posizione di Heidegger, apparentemente in bilico tra il distacco critico da ogni riferimento religioso e un importante debito nei confronti dell’eredità teologica (p. 11n). Nonostante le molteplici ricerche dedicate all’influenza di Heidegger sulla teologia del ’900 e, viceversa, agli influssi che gli studi teologici e il clima religioso dell’epoca ebbero sul suo pensiero, fino a oggi mancava una monografia che indagasse tali aspetti alla luce delle fonti primarie pubblicate solo in tempi piuttosto recenti: la corrispondenza, i trattati inediti, gli scritti preparatori delle lezioni e i suoi appunti, i cosiddetti Quaderni neri. È precisamente a questa lacuna che la monografia intende dare risposta.

Il compito che l’autrice si propone ha dunque un duplice rilievo. Da un lato, ha un intento filologico: la quantità di materiale edito nella Gesamtausgabe consente di gettare nuova luce anche sugli scritti pubblicati precedentemente, permettendo una più precisa comprensione dei rapporti tra l’analitica esistenziale e la teologia e delle articolazioni di questo rapporto nella successiva filosofia dell’essere. Dall’altro, la ricerca ha un obiettivo squisitamente teoretico: chiarire la relazione che il pensiero di Heidegger intesse con la questione del divino significa infatti rendere disponibili strumenti concettuali capaci di contribuire a un nuovo e fecondo rapporto tra filosofia e teologia (p. 12). Per perseguire entrambi questi scopi, l’autrice combina sapientemente analisi storico-filologica e interpretazione teoretica, collocando la riflessione heideggeriana in rapporto tanto alla tradizione cristiana quanto al pensiero moderno.

La tesi principale che guida il volume, e che risulta argomentata con coerenza nei sei paragrafi che compongono l’opera, è che la questione di Dio non costituisca tanto un aspetto marginale o una semplice derivazione biografica del pensiero di Heidegger, quanto piuttosto rappresenti una componente che agisce tacitamente, ma in maniera decisiva, lungo l’intero cammino della filosofia heideggeriana.

La struttura dell’opera rappresenta perciò le fasi di questo percorso. La monografia si divide in due parti introdotte da un primo paragrafo all’interno del quale l’autrice evidenzia la christliches Erbe, l’eredità cristiana della filosofia di Heidegger, e offre una spiegazione dei motivi già richiamati per cui si rende necessario un nuovo studio che ne indaghi il rapporto con la teologia. Questa prima parte analizza l’evoluzione del pensiero di Heidegger in relazione alla sua teologia filosofica sin dalla giovinezza trascorsa nella cattolica Meßkirch, passando per i semestri di lezione dei primi anni del XX secolo fino ad arrivare a Essere e tempo e all’ontologia fondamentale.

In questa parte sono contenuti i successivi tre paragrafi: il secondo paragrafo, Von der Neuscholastik zur Philosophie des lebendigen Geistes, mette in rilievo come la decisione di abbandonare la facoltà teologica non segnò l’abbandono della questione religiosa, ma piuttosto l’urgenza di esprimerla in un nuovo linguaggio filosofico. Secondo Marafioti, sussisterebbe una continuità di fondo tra il giovane Heidegger, studente di teologia a Friburgo tra il 1909 e il 1911, e il successivo Heidegger filosofo: ciò che cambia non è l’esigenza, sempre presente, di fornire una risposta filosofica al nichilismo che stringe l’uomo moderno, ma il distacco dalle forme dogmatiche della neoscolastica e dalle posizioni della Chiesa cattolica sorte in seguito al Concilio Vaticano I e al pontificato di Pio X.

Il terzo paragrafo, Die “christliche Theologie” und die Hermeneutik der Faktizität, ricostruisce la fase successiva in cui Heidegger attingendo dalla fenomenologia, elabora un’ermeneutica della fatticità capace di interpretare l’esperienza religiosa come modalità originaria del darsi dell’esistenza. In questo contesto assumono importanza decisiva i riferimenti a Paolo, ad Agostino e a Meister Eckhart, che permettono di rielaborare attraverso l’interpretazione fenomenologica categorie tradizionalmente teologiche. L’ermeneutica della fatticità rappresenta il passaggio da una religione concepita come dottrina ad una religiosità intesa fenomenologicamente in quanto struttura della vita fattizia.

Nel quarto paragrafo Marafioti mostra come l’“ateismo metodologico” dell’ontologia fondamentale nasca dall’intenso confronto di Heidegger con Aristotele, sottolineando come si tratti in realtà di un compito che il filosofo intraprese per confutare la tradizionale interpretazione neoscolastica del pensiero dello Stagirita. Questa direttiva di ricerca trova il proprio esito in Essere e tempo dove Heidegger pone la domanda sull’essere in generale non a partire da Dio, ma a partire dal Dasein, l’unico ente in grado di comprendere l’essere. A suo avviso, per elaborare la domanda sull’essere, è necessario portare a termine un doppio compito: l’analitica dell’esserci e la distruzione della metafisica tradizionale. L’analitica dell’esserci si distingue dalle altre modalità di accesso all’umano, sottolineando che ad esempio l’antropologia ha adottato la definizione cristiano-teologica dell’umano (p. 45).

La seconda parte del volume, che occupa i due paragrafi successivi, prende in esame il pensiero dell’“altro inizio” e dell’Ereignis. Qui la questione del divino riemerge con particolare forza. Marafioti mostra come i temi del “kommenden Gottes” dell’ultimo Dio, della re-ligio e del rapporto tra mortali e divini all’interno del Geviert non costituiscano affatto un ritorno alla teologia, bensì l’esito coerente del percorso filosofico di Heidegger. La riflessione sull’ultimo Dio, né il Dio creatore del cristianesimo, né il nous plotiniano, ma piuttosto un segno della possibilità di un nuovo inizio, viene letta dall’autrice come la testimonianza del carattere escatologico della storia del Seyn, ossia come il compimento che rende possibile un salto verso “l’altro inizio”.

Il paragrafo conclusivo, che tratta della re-ligio im Denken des Ereignisses, è sicuramente il più significativo del volume. Qui Marafioti evidenzia come la nozione di re-ligio debba essere compresa non sul piano della teologia positiva, bensì come forma propria del pensare: non una confessione, ma un atteggiamento di raccoglimento, di silenzio e di custodia della verità dell’essere. È “das schweigende Gebet des Denkens” (p. 81) che permette di accogliere l’evento nel suo manifestarsi e sottrarsi, rendendo possibile l’Augenblick del passaggio dell’ultimo Dio (p. 75). La re-ligio, intesa in questo senso, rappresenta la fedeltà del pensiero alla sua origine, al suo radicarsi nella presenza e nell’assenza del divino. Tuttavia, i passaggi che sono stati qui menzionati sono ampiamente parziali e la densità concettuale della seconda parte della monografia è tale che vi si troverà un’ampia trattazione della relazione di Heidegger con la teologia negli anni che vanno dalla seconda metà degli anni ’30 alla fine degli anni ’50. Ad esempio, di particolare interesse è la sezione dedicata all’analisi di una nota dei Quaderni neri del 1950 in cui Heidegger afferma “die fernste Göttin als der einstige Gott” (p. 78) in relazione alla quale Marafioti individua come sia presente una concezione della divinità alternativa a quella delineata tanto nella fase giovanile del suo pensiero quanto nel ciclo dei Beiträge. Qui Heidegger fa corrispondere al Geviert la metafora del banchetto nuziale di Hölderlin per determinare la relazione dell’essere con la dea o con il divino che gli corrisponde (p. 80).

In ultima analisi, Heidegger und die Gottesfrage si presenta come un contributo solido e originale agli studi heideggeriani. L’ampiezza delle fonti utilizzate, l’attenzione teoretica ai materiali recentemente pubblicati nella Gesamtausgabe e la profondità dell’analisi consentono all’autrice di restituire la complessità del rapporto tra Heidegger e la questione del divino, evitando semplificazioni riduttive e mantenendo un equilibrio costante tra contestualizzazione storica e interpretazione teoretica. La tesi secondo cui la Gottesfrage costituisce un nodo problematico centrale dell’itinerario heideggeriano è argomentata ampiamente e mostra come i motivi religiosi e teologici non siano meri residui del clima cattolico in cui Heidegger era cresciuto, ma elementi costitutivi rielaborati lungo tutto il percorso del pensatore. Si tratta certamente di una monografia rivolta a un pubblico specialistico di studiosi e dunque caratterizzata da una profonda densità concettuale, nonostante ciò lo studio è chiaro dal punto di vista espositivo. Questa opera, dunque, non solo raggiunge il proprio intento, ma si presenta come uno strumento imprescindibile per chiunque voglia comprendere la relazione tra il pensiero di Heidegger e la teologia alla luce del più recente materiale a disposizione.

Francesco Terenzio


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